DALLE LIXULE DI SILENO ALLE ZEPPOLE DI SAN GIUSEPPE

Il secondo giorno dopo gli Idi di marzo, corrispondente al 17 marzo del nostro calendario, si celebrava a Roma la festa di Libero. Il culto era arrivato da Cuma ed il nome di Libero derivava da Lieo che significa colui che scioglie. Era questo l’epiteto dato a Bacco (Dionisio dei Greci) e si accomunava nei festeggiamenti a Sileno suo padre putativo. Difatti Sileno aveva educato Bacco quando era ancora fanciullo e lo aveva seguito e protetto nelle sue peregrinazioni. Marco Terenzio Varrone, nel suo trattato “ De lingua latina”, descrisse due tipi di frittelle simili alle nostre zeppole rustiche: “le lixule e semilixule” o ciambelle sabine, confezionate con farina, acqua e formaggio, fritte nell’olio e i “globi” frittelle di pasta lievitata fritta. Durante la festa di Libero, vecchie donne vendevano per strada le frittelle e, a nome del compratore, ne sacrificavano dei pezzetti bruciandoli sul fuoco che avevano allestito per la padella della frittura

La Chiesa, che traspose nel suo calendario liturgico molte feste pagane, scelse la data del 19 marzo per festeggiare il padre putativo di Gesù più o meno nello stesso giorno in cui si celebrava la festa di Bacco e di Sileno.

A distanza di tanti secoli la tradizione delle frittelle è rimasta invariata. Nella Roma di oggi si chiamano “Bignè di San Giuseppe”, in Toscana semplicemente frittelle, a Salemi “Sfinii” e ad Avellino come in tutta la Campania si chiamano “ZEPPOLE”.

Il nome di zeppola viene dal latino medioevale “zippulae” per la somiglianza alle zeppe di legno di vari forma, adoperate per rincalzare un mobile o turare qualche fessura. Difatti le zeppole rustiche hanno vari forma. L’impasto, prelevato con il cucchiaio, una volta immerso nell’olio bollente, assume friggendo differenti aspetti. La frittura fino a qualche tempo fa avveniva lo stesso per la strada, le zeppolare però erano giovani e quando le confezionavano le davano una forma a ciambella e non ne si permettevano di bruciarne nemmeno un pezzetto. Lei addolcivano con seducenti sorrisi e con un po’ di zucchero.

Molto prima delle zeppole preparate con la pasta bigné, espressione abbastanza recente dei negozi di pasticceria, esistevano da tempo immemorabile due versioni di zrppole , una più antica nella quale non veniva utilizzato il lievito, e un'altra più moderna dove invece si utilizzava il lievito e chiamate anche pasta crisciuta . A queste zeppole a volte vengono aggiunte anche le patate lesse. Sono preparate dando la forma di palline o di ciambelline e poi fritte e possono anche essere farcite con diverse creme la più diffusa è la crema pasticcera (piuttosto densa). Come ai tempi dell’antica Roma, una volta i frittaioli si trovavano agli angoli delle strade napoletane . O' frittaiuolo frieva (friggeva) e i passanti acquistavano le zeppole e le mangiavano ancora calde. Le zeppole oltre che nelle versioni dolci, possono essere preparate anche nelle varianti salate e sono servite come antipasto o come stuzzichino, in Campania sono reperibili in qualsiasi friggitoria. Quelle salate, possono essere preparate anche con l'aggiunta di acciughe o di baccalà lesso oppure di cime di cavolfiore o fiori di zucca e, in quest'ultimo caso, prendono il nome di sciurilli.

Ricetta delle zeppole dolci : Farina 1 bicchiere; Acqua 1 bicchiere; Sale q.b.; Brandy 1 bicchierino: Olio q.b.; Zucchero q.b. Preparazione Mettere un bicchiere d'acqua in un pentolino e portarlo a bollore. Unire il cognac. Misurare con lo stesso bicchiere la medesima quantità di farina e buttarla nell'acqua. Girare energicamente per evitare che si formino grumi e lasciar cuocere sino a quando la pasta si staccherà dal fondo del pentolino. Ungere d'olio il piano lavoro e rovesciarci sopra il composto. Lavorare la pasta pestandola un poco e piegandola su se stessa per parecchie volte sul tipo della sfoglia. Fare poi un rotolino poco più grosso di un dito e tagliarlo ogni quindici centimetri circa. Congiungere le due estremità così da ottenere delle ciambelline ovali e metterle a friggere in olio bollente sino a che non si saranno dorate.

Cospargere di zucchero prima di servire.

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