Il grano cotto

Parliamo di un piatto dell'Alta Irpinia e della Daunia. Per dirla con un termine moderno, di un dessert di fine pranzo che, in molti paesi a confine tra Campania e Puglia, si usa il giorno della ricorrenza dei Defunti. La pietanza originalmente era a base di vino cotto, grano bollito e granelli di melagrana. Poi, nel corso di oltre due millenni, si sono aggiunti altri ingredienti: cotogne, mele e pere tagliate a pezzi, chicchi di uva, gherigli di noce, pezzetti di mandorle abbrustolite, pezzetti di cioccolato fondente e infine, per il piacere dei più piccini, confettini colorati (diavolilli).

La ricetta ha origini antichissime e si riallaccia al mito di Romylia e di Kore, che sono la trasposizione nella cultura sannitica di Demetra e Persefone della mitologia greca o di Cerere e Proserpina della mitologia romana.

Il mito racconta che Proserpina, figlia di Cerere e Giove, quando era ancora giovinetta, un giorno fu rapita da Plutone, il dio degli inferi, che essendosene invaghito se la portò con sé nel regno dei morti. Sua madre, dopo tre giorni di affannose ricerche, riuscì a sapere dove era trattenuta sua figlia ed ottenne da Giove il suo ritorno nel modo dei vivi, a condizione che la ragazza non avesse mangiato nulla durante la sua permanenza negli inferi. Sfortunatamente la giovanetta nel giardino di Plutone aveva mangiato sei granelli di melagrana. Questo frugalissimo pasto le impedì di ritornare per tutto l’anno nel mondo dei vivi e la obbligò a permanere per sei mesi all’anno negli Inferi. Quando tornava sulla terra cominciava la primavera e quando scendeva negli inferi iniziava la cattiva stagione. Il significato simbolico della nostra pietanza è evidente. Il grano simboleggia il mondo dei vivi che apparteneva a Cerere, la dea madre della vita, protettrice delle messi, la dea che ad Eleusi donò a Tritottemo la sacra spiga per diffonderne la conoscenza tra gli uomini . I chicchi di melagrana rappresentano invece il mondo dei morti di Proserpina che, avendone sfortunatamente mangiato, era costretta a rimanere negli inferi anche per soli sei mesi diventando appunto per questo la dea dei morti. In altre parole la pietanza rappresenta l’unione del mondo dei vivi a quello dei morti. Cerere, la madre di Proserpina spesso era effigiata tenendo in mano le melagrane. A Romylia (=Cerere) fu consacrato un luogo di culto tra Bisaccia ed Aquilonia e, come è noto, l’antico nome di Bisaccia era appunto Romulea. A Kore, vale a dire a Proserpina, fu consacrata una città che si chiamava Corinum e gli abitanti di questa zona furono appunto chiamati Corinenses. Recentemente nei pressi di Flumeri, in località Fioccaglia, sono stati scoperti, ad opera della Soprintendenza ai Monumenti, resti di questo insediamento urbano. Per motivi scaramantici i Romani tenevano un po’ alla larga Proserpina, ma gli Irpini no! Perché si riteneva che dalle nostre parti fosse situata la parte superficiale dell’Acheronte, il fiume attraversato dai morti per scendere negli inferi. Un acquitrino esalante acido solfidrico era, nella fantasia popolare, la porzione affiorante del fiume attraverso cui Caronte traghettava i morti per portarli negli inferi. Ne parla Claudiano, Virgilio e Servio. Questo ultimo ci riferisce: “Sul confine tra Campania e Puglia, dove abitano gli Irpini, esiste un lago, chiamato l’ombelico d’Italia, che contiene acque sulfuree molto dense perché è circondato da boschi, Si crede perciò una porta degli inferi...”. Questo luogo nella valle d’Ansanto esiste ancora, è situato nelle tra Rocca San Felice e Torella dei Lombardi e gli abitanti della zona sono chiamati ancora oggi “quéri dè Carònti ", quelli di Caronte.

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