la meteorologia del mondo antico


La maggior parte delle leggende sono fondate da racconti più o meno fiabeschi concepiti allo scopo di spiegare al popolino l’origine di eventi. Narrazioni queste che il più delle volte erano recitate per le vie e per le piazze dai cantastorie. Ciascuna regione, ciascun paese aveva elaborato la «sua» leggenda inserendo notizie e aggiungendo informazioni diverse intorno a uno stesso evento. Oggi Perciò in questi racconti fantastici ognuno può ritrovare qualcosa di magico che lo ricollega alla propria terra. La leggenda della merla è la classica dimostrazione della maniera in cui si volle dare una spiegazione fiabesca all’osservazione meteorologica che negli ultimi tre giorni di gennaio è concentrato il periodo del freddo più intenso della stagione invernale chiamati appunto i giorni della merla. La leggenda narra che un tempo Gennaio aveva soltanto ventotto giorni ed era, come adesso, il mese più freddo dell’anno. Giunto al ventottesimo giorno, una merla speranzosa si rallegrò della fine della stagione fredda e gridò al cielo: “più non ti curo signor Gennaio, perché uscita son dall’inverno” e fece schiudere le uova che fino ad allora aveva covato nel nido , a queste parole Gennaio montò su tutte le furie e, per vendicare le blasfeme parole dello stupido uccello, si fece prestare tre giorni dal suo collega Febbraio e li rese i più gelidi dell’anno. Allora, per ripararsi dal grandissimo freddo, la povera merla ed i “merletti” furono costretti a ripararsi dal freddo in un comignolo. Di conseguenza, la merla e la sua nidiata, che fino ad allora avevano un candido piumaggio bianco, uscirono dal rifugio completamente neri di fuliggine e da quella volta tutti i merli divennero neri. Dopo i giorni della merla si celebra un’altra tradizionale ricorrenza che ha connessioni con la meteorologia “La Candelora”. Questa volta le previsioni il vecchio adagio umbro non hanno voluto incappare nell’eccesso di ottimismo della merla e recitano in modo lapalissiano “alla candelora, dall’inverno semo fora …. ma se tira pioggia o vento nell’inverno semo dentro…” Altre date connesse ad eventi meteorologici sono i cosiddetti Santi di Ghiaccio a Maggio e l’estate di San Martino a Novembre. Nella prima metà del mese di maggio vi è una vera e propria tradizione climatica secondo la quale è frequente un ritorno improvviso al freddo ed al maltempo. I Santi di Ghiaccio sono San Mamerto, San Pancrazio, San Gervasio e San Bonifacio che appunto si celebrano rispettivamente nei giorni 11,12,13,e 14 maggio. Per i contadini era di somma importanza tenere presenti questi giorni per programmare i lavori agricoli mentre l’estate di San Martino era più importante per i cantinieri che devono approfittare di quei giorni in cui vi è alta pressione e freddo per assicurarsi un valido travaso dei vasi vinari Ma esiste un fondamento scientifico tra le attribuzioni climatiche e le indicate ricorrenze del calendario? Certamente no, ma per millenni i nostri progenitori, vivendo di una economia agro pastorale, avevano la necessità vitale di conoscere in anticipo gli eventi meteorologici. E, in mancanza d’altro, la memoria d’uomo e la fantasia hanno sopperito alla necessità istintiva di conoscere in anticipo le condizioni del tempo. In altri termini, quando per le previsioni meteorologiche non ancora erano stati inventati i telegenici ufficiali dell’aeronautica, in assenza delle previsioni meteorologiche del colonnello Bernacca e dei suoi successori, i nostri progenitori si servivano di irsuti frati cappuccini o di qualche loro incline collaboratore oppure stavano attenti al comportamento degli animali ibernanti e degli uccelli migratori. Come ad esempio l’aforisma sulle rondini sul tetto a San Benedetto. In mancanza di dati scientifici, infatti, si coniarono motti e proverbi. Intorno a uno stesso evento inventarono leggende che avevano origine dalle osservazioni fatte durante le generazioni precedenti. Questo è avvenuto con la leggenda dei tre giorni della merla ed l’aforisma sulla Candelora. Senza la preventiva conoscenza del clima, non era possibile preordinare la semina, il raccolto, la potatura, la conservazione e la stagionatura degli insaccati. In una parola ogni attività traeva origine dalla condizioni climatiche e per questo motivo gli uomini antichi avevano acquisito nei millenni una sempre maggiore conoscenza dei fenomeni atmosferici. L’interesse per i fenomeni atmosferici era tanto maggiore quanto più incostante, mutevole e capriccioso era il tempo nelle regioni ove vivevano determinati gruppi sociali. Ad esempio, ben poco se ne occuparono gli Egiziani che fondavano la loro agricoltura sulle ritmiche e regolari inondazioni del Nilo, mentre molto più interessati ai fenomeni atmosferici erano i Caldei ed i Babilonesi dei quali si ricorda che presagissero i fenomeni atmosferici attraverso i tuoni uditi in determinati giorni dell’anno e grazie ai non meno famosi giorni indicatori. Secondo le loro credenze, le vicende atmosferiche dei primi dodici giorni dell’anno davano indicazioni sull’andamento del tempo nei dodici mesi successivi. Sono credenze sul tempo che, pur prive di ogni fondamento scientifico, resistono ancora oggi nella cultura popolare insieme alle premonizioni di “frate indovino”. Gli Ebrei si interessarono ai fenomeni atmosferici ancor più dei Caldei e Babilonesi, per quanto anche loro se ne occupassero da un punto di vista empirico, riuscirono a elaborare una specie di meteorologia rudimentale di cui troviamo tracce anche nella Bibbia. I Greci, abitando in una regione notevolmente influenzata dai mutamenti del clima, furono i primi popoli dell’antichità a dimostrare un grande interesse per gli eventi atmosferici. Elaborarono una complessa mitologia con un carattere astronomico –meteorologico. La nascita del termine meteorologia fu coniata appunto dai Greci che con questa parola ( meteora = fenomeni sopra terrestri e logos = studio) intendevano raggruppare tutti i fenomeni che succedono al di sopra della Terra. I filosofi greci, studiosi degli umori del tempo, misero in evidenza il contrasto tra l’apparente stabilità del sole e degli altri corpi celesti ed comportamento disordinato della pioggia, delle nubi, del vento e dei temporali. Numerose sono le tracce che testimoniano l’interesse di questo popolo per i fenomeni atmosferici: sono note e magistrali descrizioni delle tempeste e dei naufragi nell’“Odissea” di Omero. Nelle “Opere e i giorni” di Esiodo, sono descritti i “parapegmi”, specie di calendari incisi nella pietra o nel legno esposti sulle piazze. Da ricordare ancora sono il “Libro dei segni” di Teofrasto o i “Feno-meni” di Arato. Ma il più importante documento pervenutoci dalla civiltà ellenica è certamente le “Meteorologia” di Aristotele, l’opera non è certamente fondata sui principi attuali della scienza, ma è considerevole per alcune mirabili intuizioni. Dal canto loro Virgilio, Plinio, e Seneca nel mondo romano si occuparono della Meteorologia senza tuttavia aggiungere nulla di nuovo a quanto aveva osservato Aristotele. Per tutto il Medio Evo la meteorologia non progredì anzi regredì perché si sviluppò una tenace credenza secondo la quale i fenomeni atmosferici ed il destino degli uomini erano sotto l’influenza astrale. Gli astrologi ritenevano che sul nostro pianeta esistessero sette climi ognuno dei quali sotto l’influenza dei sette astri e cioè Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove , Saturno e Sole. Lo studio dei sette astri era l’unico modo per conoscere l’andamento climatico. Nacque in questo modo l’astrologia meteorologica. Si pensò addirittura che gli stessi astri avessero un’anima e, come gli animali avessero necessità di nutrirsi e che il loro nutrimento degli astri sarebbe stato costituito dalle esalazioni della Terra… Vorrei concludere con una innocente pasquinata! Vuoi vedere che le esalazioni della Terra verso gli astri di epoca medioevale erano e anticipatrici dell’effetto serra dei giorni nostri???


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